Dietro ogni Miguel di Carlo c’è una storia.

Ci sono strumenti che nascono in pochi mesi. Altri, invece, hanno bisogno di tempo, di ascolto e di fiducia. Quello progettato per Faso appartiene decisamente alla seconda categoria.

La nostra storia è iniziata a Milano, qualche anno fa, nel periodo del Covid. Ci siamo incontrati per parlare di bassi, di suono e di quello che, per un musicista, significa sentirsi davvero a casa quando imbraccia uno strumento.

Faso aveva un’esigenza molto chiara. Dopo una vita trascorsa con il suo storico Yamaha RB6 a sei corde, il basso con cui ha scritto una parte importante della storia di Elio e le Storie Tese, sentiva il bisogno di qualcosa di più comodo.

Gli anni passano per tutti, anche per chi ha una tecnica straordinaria come la sua. Il sei corde iniziava a essere più impegnativo da suonare per ore ogni sera, e l’idea era quella di passare a un cinque corde, più ergonomico e meno affaticante.

Sembrava una richiesta semplice.

In realtà era una delle sfide più difficili che mi fossero mai capitate.

Perché non si trattava semplicemente di progettare un ottimo basso. Si trattava di sviluppare uno strumento che non facesse rimpiangere trent’anni di musica.

Quando uno strumento ti accompagna per una vita, non diventa soltanto un insieme di legni, elettronica e corde. Diventa una parte del tuo modo di pensare la musica. Diventa la tua voce.

E quella voce non si cambia dall’oggi al domani.

Ogni volta che ci sentivamo, ogni prova, ogni modifica era un passo avanti… ma anche un nuovo confronto con quel riferimento che sembrava imbattibile.

Con Faso abbiamo parlato tantissimo. Abbiamo provato soluzioni diverse, cambiato dettagli che magari all’apparenza sembravano insignificanti, ma che sotto le dita facevano tutta la differenza del mondo.

E poi c’era un altro “cliente” da convincere… 😄

Rodolfo “Foffo” Bianchi, lo storico fonico di Elio e le Storie Tese.

Chi conosce la band sa quanto Foffo sia parte integrante del loro suono. Dal palco sente ogni minima sfumatura e conosce il timbro del basso di Faso praticamente meglio di chiunque altro.

All’inizio, lo ammetto, non è stato semplice.

Ogni volta che arrivava il nuovo basso, il confronto con il vecchio Yamaha era inevitabile. E Foffo, giustamente, era il primo a far notare ogni differenza.

È stata una battaglia… ovviamente nel senso buono del termine. Una battaglia fatta di prove, ascolti, modifiche e tante risate. Perché quando lavori con persone così competenti capisci subito che ogni osservazione non è una critica, ma un’occasione per migliorare.

Ed è proprio grazie a questo continuo confronto che il progetto è cresciuto.

Abbiamo ripensato alcuni aspetti dello strumento e introdotto anche un ponte piezo, che ha reso il basso ancora più modulare e versatile, permettendoci di avvicinarci sempre di più a quelle sonorità che Faso aveva sempre avuto nelle orecchie.

A un certo punto è successo qualcosa.

Abbiamo smesso di cercare di copiare il vecchio basso.

Avevamo trovato una nuova identità.

Uno strumento che conservava tutto ciò che Faso amava del suo storico Yamaha, ma che allo stesso tempo gli offriva qualcosa di nuovo: maggiore comodità, più possibilità sonore e la sensazione di avere finalmente tra le mani un basso progettato esattamente intorno alle sue esigenze, non intorno a un ricordo.

Da lì è nato il Miguel Di Carlo Faso Model.

Vederlo oggi salire sul palco con Elio e le Storie Tese usando questo basso come strumento principale è una soddisfazione difficile da raccontare.

Ogni volta che lo vedo penso a tutte le telefonate, alle prove, ai dubbi, alle modifiche fatte fino a tarda sera, alle volte in cui sembrava mancasse sempre qualcosa.

E penso anche a quanto sia importante, nel mio lavoro, non avere fretta.

Perché progettare un basso non significa soltanto scegliere i legni, definire l’elettronica o disegnare uno strumento. Significa ascoltare un musicista, comprenderne le esigenze e trasformarle in un progetto capace di diventare un’estensione del suo modo di suonare.

E quando quel musicista si chiama Faso, la responsabilità è ancora più grande.

Sapere che oggi quel basso è diventato il suo compagno di viaggio, concerto dopo concerto, è uno di quei traguardi che mi ricordano perché faccio questo mestiere.

Non solo per progettare strumenti.

Ma per dare forma a un’idea che permetta a un musicista di raccontare sé stesso, ogni sera, attraverso uno strumento nato da un percorso condiviso.